martedì 8 luglio 2014

Pd-M5S: botta, risposta, rottura e retromarcia

ROMA - Botta, risposta, rottura, retromarcia. Il campionario è vario e completo e tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si è passate in poche ore, dopo il mancato incontro tra le due forze politiche, dall'abisso a una possibile schiarita. "Stiamo scivolando lentamente verso una dittatura a norma di legge, il M5S non resterà a guardare e spera che i sinceri democratici che esistono negli altri partiti facciano altrettanto", ha dettoBeppe Grillo all'apice della crisi.  

Subito è arrivata la replica di Matteo Renzi: "Io sono un ebetino, dice Beppe, ma almeno voi avete capito quali sono gli 8 punti su cui #M5S è pronto a votare con noi? #pochechiacchiere". "Non è uno scherzo, sono le regole! Chiediamo un documento scritto per sapere se nel M5S prevale chi vuole costruire o solo chi urla". In serata il colpo di scena: dai 5 stelle arriva, sia pure con alcune condizioni sulla legge elettorale (ballottaggio con premio basso) e sulle riforme, il sì al decalogo sottopostogli dal presidente del Consiglio e dal Pd come punto di partenza per avviare una trattativa. E così (forse) si riparte.  
Anche tra gli azzurri il dibattito è ancora vivace: da una parte c'è il capogruppo alla Camera Renato Brunetta che rilancia il Senato elettivo, dall'altra Ignazio Abrignani e Daniela Santanché invitano a mantenere il patto. Il capofila dei dissidenti, Augusto Minzolini, ha detto che essi in Senato sono "almeno dieci": un numero ininfluente (il gruppo ha 59 senatori) per ribaltare l'esito dell'Aula, anche se si saldasse con i 16 dissidenti del Pd. 
Qui Renzi non avrà problemi, perché i numeri sono blindati. Ma anche in Aula, dove il ddl arriverà giovedì 10 luglio, il governo non teme scivoloni perché il patto con Fi e Lega dovrebbe neutralizzare la pattuglia dei dissidenti Dem. All'interno del Pd la grana ancora aperta è la legge elettorale, dove i bersaniani insistono sulle preferenze, come d'altra parte Ncd, che chiede anche di abbassare la soglia di sbarramento. Su questo secondo aspetto non dovrebbero esserci problemi, mentre sulle preferenze Fi non intende cedere, forte della parola mantenuta sulla riforma del Senato.

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