venerdì 6 luglio 2012

Le violenze alla caserma Diaz: la Cassazione “mozza” di fatto i vertici operativi della polizia


La conferma delle condanne, tra gli altri,  al capo del dipartimento analisi dell’ex Sisde, al capo della  direzione centrale anticrimine, al capo della mobile di Genova

ROMA. - Una sentenza, quella della Cassazione, a suo modo storica, che mette la parola fine (almeno dal punto di vista giudiziario) a una vicenda, quella delle violenze alla caserma Diaz di Genova durante il G8, durata undici anni e segnata da infinite polemiche. Ma anche una sentenza che propone tutta una serie di problemi alla "macchina" della Polizia, che di fatto vede azzerati parte dei suoi vertici investigativi. "Il ministero dell'Interno ottemperera' a quanto disposto dalla Suprema Corte", assicura il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri.
Ma questo, di fatto vuol dire, che lasceranno i loro posti Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell'Ucigos ed attuale capo sezione analisi dell'Aisi, i servizi segreti interni; Francesco Gratteri, capo della Direzione centrale anticrimine; Gilberto Caldarozzi, direttore dello Sco, il Servizio centrale operativo; e con loro i dirigenti di alcune importanti squadre mobili e di altri uffici territoriali.
Nomi di spicco, divenuti familiari alle cronache, per successi investigativi anche recenti come l'identificazione e l'arresto dell'autore dell'attentato all'istituto Morvillo Falcone di Brindisi. Negli anni precedenti, prima e dopo la "macelleria messicana" di quella notte sventurata, diversi di loro hanno infilato nel loro 'cursus honorum' straordinari risultati nella lotta alla malavita, al terrorismo ma soprattutto alle mafie, con una lunga fila di grandi latitanti assicurati alla giustizia, primo tra tutti Bernardo Provenzano.
Ora che, con la condanna, e' arrivata anche la conferma dell'interdizione dei pubblici uffici, aspettano di conoscere il proprio destino. Nella consapevolezza, ribadita dal capo della Polizia, Antonio Manganelli, che l'istituzione non puo' che accogliere la sentenza della magistratura "con il massimo dovuto rispetto".
Nel dettaglio, il collegio presieduto da Giuliana Ferrua ha confermato le condanne per il falso aggravato (più interdizione di cinque anni dai pubblici uffici) per:
Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell'Aisi, l'ex Sisde. Assolto in primo grado, è stato condannato in appello a 4 anni. Prescritti calunnia e arresto illegale.
Francesco Gratteri, capo della Direzione centrale anticrimine, nel 2001 era direttore dello Sco. Assolto in primo grado, la cassazione ha confermato la condanna a 4 anni.
Vincenzo Canterini, all’epoca   comandante del Reparto mobile di Roma, oggi a riposo. E' stato condannato a cinque anni.
Gilberto Caldarozzi, capo del servizio centrale operativo. Nel 2001 ne era il vicedirettore. Per lui la condanna è a tre anni e otto mesi.
Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova. Ora è alla Polfer di Torino. Anche per lui condanna a tre anni e otto mesi.
Filippo Ferri, ex capo della Mobile di La Spezia, ora capo della Mobile di Firenze. Tre anni e otto mesi per falso aggravato.
Fabio Ciccimarra, ex commissario capo a Napoli, ora capo della Mobile de L'Aquila. Tre anni e otto mesi.
Nando Dominici, capo della Mobile di Genova. Tre anni e otto mesi.
Carlo Di Sarro, vice capo delle Digos di Genova, ora commissario a rapallo. Tre anni e otto mesi.
Massimo Mazzoni, Renzo   Cerchi e Davide Di Novi, tutti ispettori dello Sco. Condanne a tre anni e otto mesi per falso aggravato.
Massimo Di  Bernardini era vicequestore della Mobile di  Roma: è stato condannato per falso aggravato a tre anni è otto mesi.  E’ stato riformato dalla  polizia dopo un grave incidente in moto.
Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al VII nucleo sperimentale del Reparto mobile di Roma. Nessuno comunque farà un solo giorno di prigione. A tutti si applicherà infatti lo sconto di pena di tre anni perchè coperte da indulto.
Con le condanne a Calderozzi, Gratteri e Luperi di fatto vengono mozzati i vertici operativi della Polizia di Stato. Per tutti l'interdizione dai pubblici uffici significa di fatto carriera finita.

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