martedì 12 agosto 2014

BAGHDAD, tira aria di “quasi golpe”

Haider Al Abadi
BAGHDAD - A oltre tre mesi dalle ultime elezioni, dopo aver perso Mosul e aver consentito allo Stato islamico di aver messo in piedi l'inizio di un genocidio, l'Iraq ha un premier incaricato di formare un governo che l'Occidente, Stati Uniti, Italia e Francia in testa, vogliono "inclusivo". E affinche' sia cosi',Nouri al Maliki e' stato messo da parte e indirizzato verso la strada del tramonto politico.
L'astro nascente, colui sul quale Washington ripone le speranze di lasciare un paese migliore di come l'aveva trovato quando si imbarco' in due guerre, è Haider Al Abadi, portavoce di Dawa e vicepresidente del Parlamento, e indicato anche dalla coalizione sciita che sosteneva il premier uscente Al Maliki ma che nella giornata di oggi lo ha scaricato. "Ora il Paese e' nelle tue mani" ha affermato il capo dello Stato, Fouad Masum nel dare l'incarico ad Al Abadi, e sul viso del presidente si leggeva una soddisfazione che poteva rovesciarsi nello sguardo torvo del premier uscente apparso in televisione per dichiarare che "Al Abadi non ha legittimazione. L'unico premier possibile sono io".
Maliki, dunque, non ha gradito, com'era evidente gia' dalle milizie mandate ieri sera a circondare la zona verde di Baghdad, dove sorge anche la residenza presidenziale. Quella di Masum, e' tornato a ribadire, e' una "violazione pericolosa" della Costituzione. "Porremo rimedio", ha aggiunto, e solo nelle prossime ore si capirà se questa è una minaccia militare o se lo sciita diventato sgradito a Washington si rivolgerà a quella Corte suprema che oggi era intervenuta per ribadire che spetta al blocco che ha vinto le elezioni indicare il nome del premier e al presidente nominarlo. Maliki aveva gia' fatto ricorso, ma la Corte ha affermato di non averlo ancora preso in considerazione.
Le "forze di sicurezza irachene debbono astenersi dall'interferire nella transizione democratica dell'autorità politica", ha avvertito l'inviato Onu, Nickolay Mladenov, preoccupato dal clima di 'quasi golpe' che si respira a Baghdad.
L'Occidente, intanto, accelera e interloquisce gia' con Al Abadi. Usa e Francia "sono pronti per sostenere pienamente un nuovo governo iracheno inclusivo" ma anche Recepp Tayyp Erdogan, presidente neoeletto (sebbene non ancora insediato) di una Turchia (che con l'Iraq confina) sollecita il nuovo premier alla formazione di un esecutivo del quale facciano parte anche sunniti e curdi. "Dobbiamo collaborare per essere uniti contro questa barbara campagna terroristica lanciata in Iraq e per fermare tutti i gruppi terroristici", ha detto Abadi, riportando l'attenzione su quanto accade nel Sinjar e nel nord del paese.
Il Pentagono rivendica che i raid aerei hanno rallentato le operazioni degli jiahdisti sunniti e temporaneamente interrotto la loro avanzata su Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Allo stesso tempo la Difesa Usa conferma che non pensa di allargare ad altre aree dell'Iraq i bombardamenti. Washington sta inviando armi e munizioni alle forze curde, e anche Baghdad si appresta a fare altrettanto.

Gli ultra-integralisti hanno messo a segno un nuovo successo strappando ai peshmerga, i combattenti curdi, la strategica Jalawla, situata soli 115 chilometri a nord-est di Baghdad, più due villaggi vicini.

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