sabato 14 aprile 2012

Paolo Bosusco: il comandante dei rapitori "molto umano. Adesso cerco lavoro"


Paolo Bosusco ieri sera alle "Invasioni barbariche"

MILANO - "Il comandante dei maoisti ha mille sfaccettature, è molto umano ed è stato attento alle nostre esigenze ma è anche implacabile. Per certi aspetti lo ammiro". Così Paolo Bosusco, l'italiano rapito dai maoisti dello Stato indiano dell'Orissa e rientrato oggi in Italia ha raccontato la sua esperienza ieri sera a "Le invasioni barbariche" di Daria Bignardi. "Non sono sotto la sindrome di Stoccolma come dice qualcuno, non parteggio per i rapitori".
Bosusco si commuove quando parla dell'assistenza fornitagli dal personale diplomatico italiano durante il sequestro e subito dopo la liberazione: "Debbo ringraziare l'ambasciatore (Giacomo Sanfelice di Monteforte) e il console (a Calcutta Joel Melchiorri), che mi sono stati vicinissimi. Mi hanno pagato il viaggio di ritorno - ha detto Bosusco - mi hanno ospitato e dato da mangiare subito dopo la liberazione ed anche la Farnesina è stata preziosa".

"Non è la prima volta che sono stato rapito in India, ma solo per poche ore, sono state le tribù locali. Ma non ho detto nulla per non creare problemi", ha aggiunto.

In poco più di mezz'ora Bosusco ha raccontato i 28 giorni di prigionia, da quando fu sorpreso con il turista romano Claudio Colangelo e con due suoi assistenti indiani fino al momento della liberazione: "Ci hanno accerchiati, gettati a terra, legati e presi a calci in pancia. Poi ci hanno bendati e condotti nella gungla fino dal comandante. Qui abbiamo incontrato il comandante. Lui ci ha detto subito che il loro obiettivo era scambiarci con dei loro attivisti tenuti in carcere.  Quando insistevo perché Claudio fosse liberato rispondeva che non ha mai ammazzato nemmeno un pollo". Durante la prigionia, ha rivelato, gli è stato chiesto di fare appelli, ma lui si è rifiutato: "Non volevo fare l'ostaggio che piange - ha spiegato - e dare ai miei familiari l'impressione che andasse tutto bene". 

Ha raccontato di avere sofferto la fame. "I maoisti - ha spiegato - ci davano quello che trovavano: una patata, due chapati (pane non lievitato indiano) e riso di pessima qualità". Nonostante gli ostaggi non fossero legati, ogni tentativo di fuga era impossibile, ha spiegato, "perché dovevi conoscere la loro disposizione difensiva. C'erano sentinelle lontane chilometri, tutte armate. E poi Claudio non sarebbe stato in grado di starmi dietro".

Tra gli episodi che ricorda c'è l'uccisione di un cobra a due metri dalla sua tenda. "Invece, mi ha fatto piangere il racconto di uno dei rapitori, la cui sorella è stata presa, incarcerata e violentata dalla polizia. Quando l'ho saputo, ho detto al comandante che se era vero avremmo dovuto aspettare che fosse liberata prima di liberare me". Bosusco ha ribadito che le richieste dei ribelli "sono genuine, come l'assistenza medica per i tribali e le lezioni scolastiche nella loro lingua".

Infine, ha parlato del futuro. "Ora - ha sostenuto - non ho più un lavoro. In Orissa avevo la mia agenzia, pagavo le tasse, davo un impiego a dei ragazzi. Dopo quello che mi è accaduto, invece, tutta la zona tribale è stata chiusa al turismo degli stranieri. Dunque, cerco lavoro".



Paolo Bosusco ha poi passato la notte dai familiari a Moncalieri (Torino), dove risiede la nipote Karin. In mattinata è ripartito per Roma, per essere ascoltato dalla Procura che ha aperto un'inchiesta sul suo rapimento. Soltanto al suo ritorno raggiungerà la sua abitazione di borgata Pralesio, a Condove, dove è solito passare i mesi estivi insieme al padre Azelio.

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