martedì 17 dicembre 2013

Letta: abbiamo mangiato il panettone. Napolitano: gli italiani vogliono stabilità

ROMA - "Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche il prossimo anno".
  Cosi' il premier Enrico Letta incontrando stamani i dipendenti di palazzo Chigi per gli auguri natalizi. A quanto riferito da alcuni presenti, Letta avrebbe ringraziato i dipendenti della presidenza del Consiglio per gli impegni di questi mesi concludendo poi con l'augurio di un buon lavoro anche per il 2014.
Intanto Giorgio Napolitano ripete i monito scandito ieri: Sempre più gente lo capisce: ci vuole stabilità per fare le riforme che garantiranno al sistema sempre piu' governabilità. Il che, nel linguaggio cauto e cristallizzato della democrazia, significa dirlo alle cancellerie di tutto il mondo. Le elezioni - il messaggio non e' esplicito, ma lo si puo' facilmente dedurre dal contesto - non sono una via praticabile. Se ne facciano una ragione quanti le sognano.
Ore 11, Salone dei Corazzieri: seduti a ferro di cavallo e con posti assegnati rigorosamente in ordine alfabetico, per non far emergere alcun tipo di preferenza, gli uomini e le donne del Corpo Diplomatico ascoltano la versione del Colle attraverso la traduzione simultanea.

"L'Italia e' protesa nello sforzo di superamento di una fase difficile, che non ha pero' mancato di rafforzare la convinzione, in una parte sempre più' larga dell'opinione pubblica, che tra i doveri delle istituzioni vi sia quello di garantire alla nazione stabilita' politiche e governabilita'", spiega quasi pedagogicamente il Capo dello Stato.
  A maggior uso e consumo degli scettici il ragionamento prosegue cosi': "Sono in pochi coloro che dubitano che si debba por fine a quella fragilità endemica che ha caratterizzato in passato le sorti dei troppi governi".
  Insomma, sempre più quelli che vogliono la stabilita', sempre meno quelli disposti a perpetuare l'attuale situazione di ingovernabilita', anche a costo di rinunciare alle riforme.

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