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martedì 4 dicembre 2012

Accolto dalla Consulta il ricorso del Quirinale contro la Procura di Palermo sulle intercettazioni


ROMA - La Corte costituzionale ha accolto il ricorso del Presidente della Repubblica sul conflitto con la Procura di Palermo: dichiarando che non spettava alla Procura di valutare la rilevanza delle intercettazioni né di omettere di chiederne al giudice l'immediata distruzione ai sensi dell'articolo 271 del codice di procedura penale. La decisione della Consulta comporta che le intercettazioni che hanno captato il capo dello Stato vengano distrutte.
Al centro del conflitto d'attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti dei pm palermitani, alcune conversazioni telefoniche del capo dello Stato con l'ex ministro Nicola Mancino, le sui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.
Per conoscere nel dettaglio la decisione assunta oggi dalla Consulta, dopo oltre 4 ore di Camera di Consiglio, bisognerà attendere il deposito della sentenza, e quindi le motivazioni, che avverrà nelle prossime settimane, presumibilmente a gennaio. Da quanto comunicato dalla Corte al termine della Camera di Consiglio, però, emerge che la Consulta ha ravvisato un'omissione da parte della Procura di Palermo per non aver attivato la procedura prevista per le intercettazioni vietate dall'art. 271 del codice di procedura penale. E da questo discende che i magistrati palermitani dovranno ovviare a questa omissione, chiedendo al giudice di distruggere le intercettazioni.

giovedì 13 settembre 2012

La Consulta verso il sì sull'ammissibilità del conflitto d'attribuzione Quirinale-pm


ROMA - Quando manca meno di una settimana alla riunione della Consulta per la decisione, sembra largamente profilarsi - secondo quanto si apprende - il sì della Corte Costituzionale all'ammissibilità del conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente della Repubblica nei confronti della Procura di Palermo. Il conflitto riguarda l'intercettazione di alcune telefonate tra il Capo dello Stato e l'ex senatore Nicola Mancino, coinvolto nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, il cui telefono era sotto controllo.
Il ricorso del Capo dello Stato, proposto tramite l'Avvocatura - sempre secondo quanto si apprende - contiene presupposti "fondati", sia soggettivi, sia oggettivi, richiesti per l'ammissibilità del conflitto: nessun dubbio sussiste, infatti, sulla qualificazione del Presidente della Repubblica quale "potere dello Stato"; ed anche il pubblico ministero, in numerosi precedenti giudizi della Corte, é stato qualificato quale "potere dello Stato" in quanto titolare dell'attività di indagine finalizzata all'esercizio obbligatorio dell'azione penale. Anche i presupposti oggettivi sembrano ampiamente portare ad una decisione favorevole all'ammissibilità del conflitto: sono in discussione, infatti, l'articolo 90 della Costituzione e alcune leggi correlate sulle prerogative del Capo dello Stato, sull'ampiezza della sua immunità e, più specificamente, sulle procedure da seguire in caso di intercettazione "indiretta" di telefonate del Presidente della Repubblica.

lunedì 16 luglio 2012

Napolitano contro la Procura di Palermo per le intercettazioni sulla trattativa stato-mafia


ROMA Giorgio Napolitano ha sollevato il conflitto di attribuzione con Procura di Palermo per il coinvolgimento della Presidenza della Repubblica nell'inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e la mafia durante la stagione delle stragi. Napolitano ha affidato all'Avvocato Generale dello Stato l'incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale per "le decisioni - spiega una nota del Quirinale - che la Procura di Palermo ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato; decisioni che il Presidente ha considerato, anche se riferite a intercettazioni indirette, lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione".
Alla determinazione di sollevare il confitto Napolitano e' pervenuto ritenendo "dovere del Presidente della Repubblica", secondo l'insegnamento di Luigi Einaudi, "evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell'occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facolta' che la Costituzione gli attribuisce"

giovedì 14 giugno 2012

La Procura di Palermo: Dell’Utri faceva da mediatore con Berlusconi nella trattativa stato-mafia


PALERMO - Gli indagati sono dodici, ma della trattativa rispondono in dieci: cinque mafiosi, quattro uomini dello Stato e Marcello Dell'Utri, personaggio che negli anni oggetto dell'inchiesta, il '92-'93 e i successivi, era border line tra l'imprenditoria, la politica e - secondo l'accusa - anche la mafia. L'avviso di conclusione delle indagini sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia e' stato e notificato a partire da ieri sera ai 12 indagati.
Tra le novita' il ruolo attribuito a Dell'Utri, che avrebbe fatto da mediatore - cosi' sostiene la Procura di Palermo - con Silvio Berlusconi, pure lui oggetto del ricatto, nella qualita' di presidente del Consiglio appena nominato, nel 1994. Fra coloro che i pm ritengono responsabili anche l'ex capo della polizia, Vincenzo Parisi, e l'ex vicedirettore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Di Maggio, entrambi morti nel 1996.
Un intreccio di ampio respiro, tra i vertici delle forze investigative e dello Stato e i vertici di Cosa nostra, avrebbe partecipato, con reciproche concessioni, a questa intesa inconfessabile: da una parte Parisi, Di Maggio, due ex generali dei carabinieri del Ros, Mario Mori e Antonio Subranni, l'ex colonnello Giuseppe De Donno, l'ex ministro Calogero Mannino e Dell'Utri; dall'altra parte, quella di Cosa nostra, il superkiller Leoluca Bagarella, l'attuale pentito Giovanni Brusca, il medico-boss Antonino Cina', Toto' Riina e Bernardo Provenzano.