PALERMO - Un'operazione antimafia condotta dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani nei confronti del clan capeggiato dal boss Matteo Messina Denaro è in corso da stamattina. Gli investigatori stanno eseguendo 16 ordini di custodia cautelare in carcere, emessi su richiesta della procura distrettuale antimafia di Palermo, per associazione di tipo mafioso, estorsione, rapina pluriaggravata, sequestro di persona ed altri reati aggravati dalle finalità mafiose.
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mercoledì 19 novembre 2014
giovedì 11 settembre 2014
TRAPANI, sequestrati beni per 3 milioni a imprenditore cugino di Matteo Messina Denaro
TRAPANI - Guardia di finanza e carabinieri hanno sequestrato beni per un valore di 3 milioni di euro all'imprenditore Giovanni Filardo di Castelvetrano, in provincia di Trapani, cugino del boss latitante Matteo Messina Denaro. I sigilli sono stati apposti a un complesso aziendale, a numerosi automezzi, a terreni, e a una villa. Filardo fu arrestato nel marzo del 2010. Secondo i magistrati avrebbe compiuto insieme ad altri affiliati a cosa nostra, estorsioni e il reinvestimento di capitali di illecita provenienza.
L'imprenditore fu anche accusato di essere stato collettore e distributore di messaggi da e per il capo mafia latitante. Il 13 dicembre 2013 fu assolto dal tribunale di Marsala (in primo grado) per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso.
Poi però fu di nuovo arrestato nell'ambito dell'operazione "Eden", con l'accusa di "trasferimento fraudolento di beni, al fine di agevolare l'attività della mafia avendo intestato fittiziamente ad altre persone somme di denaro ed altri beni". Le indagini sono state coordinate dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo Bernardo Petralia.
venerdì 13 dicembre 2013
Terra bruciata attorno a Matteo Messina Denaro: 30 arresti (anche la sorella e un nipote)
TRAPANI - Un'imponente operazione antimafia è in corso in provincia di Trapani da parte di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e Direzione investigativa antimafia (Dia). Arrestate diverse persone ritenute appartenenti a Cosa Nostra, tra le quali anche alcuni familiari di Matteo Messina Denaro. Le ordinanze di custodia cautelare riguardano in particolare le famiglie mafiose di Castelvetrano e Campobello di Mazara.
Nei guai anche una vigilessa di Paderno Dugnano - Temendo di essere pedinato, un mafioso di Campobello di Mazara ogni tanto chiedeva aiuto ad una vigilessa di Paderno Dugnano, nel Milanese. L'agente della polizia locale controllava le targhe che le venivano segnalate come "sospette".
"Mi chiamo Messina Denato, portatemi i soldi" - Dalle indagini emerge un'intercettazione della sorella del boss, Anna Patrizia, alle prese con un'estorsione da 70mila euro. "Io qua sono, mi chiamo Messina Denaro e non mi rompe niente e nessuno", avrebbe detto la donna al telefono.
Trenta le persone arrestate - In manette 30 persone: le ordinanze di custodia cautelare, emesse dal Gip su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Palermo, riguardano in particolare le famiglie mafiose di Castelvetrano e Campobello di Mazara. Tra gli arrestati Francesco Guttadauro, nipote di Matteo Messina Denaro, e la sorella Anna Patrizia Messina Denaro e i cugini del boss Giovanni Filardo, Cimarosa Lorenzo e Mario Messina Denaro.
"Le indagini - si precisa nella nota della Polizia - hanno confermato il ruolo dirigenziale tuttora rivestito dal latitante Matteo Messina Denaro all'interno del mandamento e nella provincia mafiosa, accertandone la funzione di direzione tra le varie articolazioni dell'organizzazione e di collegamento con le altre strutture provinciali di Cosa Nostra". Gli affari, però, venivano gestiti in gran parte direttamente dai parenti e, in particolare, "con riferimento all'attività di sostegno economico al circuito familiare del latitante, è emersa la contiguità e il ruolo di responsabilità decisionale raggiunto in seno al sodalizio mafioso da Patrizia Messina Denaro e da Francesco Guttadauro, rispettivamente sorella e nipote del ricercato".
Affari che consistevano soprattutto in "un articolato circuito imprenditoriale, che assicurava di fatto il controllo quasi monopolistico nel settore dell'edilizia e relativo indotto, mediante la gestione e la realizzazione di importanti commesse, tra cui opere di completamento di aree industriali, parchi eolici, strade pubbliche e ristoranti. L'organizzazione era, infatti, in grado di monitorare costantemente le opere di maggiore rilevanza del territorio, intervenendo nella loro esecuzione con una fitta rete di società controllate in modo diretto o indiretto da imprenditori mafiosi ed elementi di spicco del sodalizio". A fianco di queste attivita' "è stata inoltre accertata la diffusa pressione estorsiva esercitata sul territorio anche ai danni di imprese concorrenti e perfino di privati cittadini che avevano ereditato una rilevante somma di denaro".
Scattano le manette anche per il figlio di un giudice - Tra le persone arrestate anche alcuni "insospettabili": a Palermio sono finiti in manette infatti anche due ingegneri del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, uno dei quali è figlio di un giudice. Secondo le indagini, avrebbero intascato mazzette per favorire una ditta legata alle cosche.Nei guai anche una vigilessa di Paderno Dugnano - Temendo di essere pedinato, un mafioso di Campobello di Mazara ogni tanto chiedeva aiuto ad una vigilessa di Paderno Dugnano, nel Milanese. L'agente della polizia locale controllava le targhe che le venivano segnalate come "sospette".
"Mi chiamo Messina Denato, portatemi i soldi" - Dalle indagini emerge un'intercettazione della sorella del boss, Anna Patrizia, alle prese con un'estorsione da 70mila euro. "Io qua sono, mi chiamo Messina Denaro e non mi rompe niente e nessuno", avrebbe detto la donna al telefono.
mercoledì 9 ottobre 2013
Beni per 38 milioni sequestrati al boss latitante Messina Denaro
TRAPANI - Beni per un valore di 38 milioni di euro riconducibili al boss latitante Matteo Messina Denaro e alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara sono stati sequestrati dai Carabinieri nelle province di Trapani, Varese e Milano. Il sequestro avviene dopo l'arresto di esponenti di spicco dell'organizzazione criminale e l'individuazione di un ingente patrimonio comprendente aziende olearie, attività commerciali, abitazioni, terreni e numerosi rapporti bancari.
mercoledì 12 giugno 2013
Il Csm indaga il procuratore capo di Palermo per la mancata cattura di Messina Denaro
ROMA - La prima Commissione del Csm ha deciso di aprire una procedura per trasferimento d'ufficio per incompatibilità a carico del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo.
Tra i rilievi del Consiglio nei confronti del magistrato un ''difetto di coordinamento'' nel lavoro della Procura di Palermo che avrebbe avuto come ''conseguenza la mancata cattura del latitante Matteo Messina Denaro''. E' una delle indicazioni, fornita in audizione dal sostituto Leonardo Aguesci, acquisite dalla prima commissione del Csm nel corso della pre-istruttoria condotta nei mesi scorsi, che ha portato alla decisione di avviare la procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale del procuratore capo e contenuta nell'atto di incolpazione.
La Commissione gli contesta inoltre una gestione dell'ufficio che sarebbe debole e condotta senza la necessaria indipendenza e rapporti privilegiati con Antonio Ingroia, dal quale sarebbe stato condizionato e che lo avrebbero penalizzato nella gestione della Procura palermitana. Inoltre per la Commissione si sarebbe creato all'interno della Procura un clima pesante in particolare per quanto riguarda il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia.
La convocazione di Messineo è stata disposta per il 2 luglio. ''Costituisce - rileva una nota - l'atto iniziale del procedimento, anche con finalità di garanzia, e ha lo scopo di consentire al magistrato di esporre le sue ragioni''.
mercoledì 22 maggio 2013
Le mani della mafia sulla metanizzazione in Sicilia: sequestrati 48 milioni di euro
PALERMO - Le mani dei boss sugli appalti per la metanizzazione in Sicilia. Un ingente patrimonio costituito da società, attività commerciali, immobili di pregio e disponibilità finanziarie, del valore complessivo di circa 48 milioni di euro, è stato sequestrato dalla guardia di finanza di Palermo in esecuzione di un provvedimento emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo su proposta della Procura della Repubblica. Il sequestro è il risultato di un'indagine del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Palermo, coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal sostituto Dario Scaletta, che ha fatto emergere le infiltrazioni di 'Cosa Nostra e dei suoi leader storici - fra cui Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro - negli affari delle societa' appartenenti ad un gruppo imprenditoriale che ha curato, a cavallo fra gli anni '80 e '90, la metanizzazione di diverse aree del territorio siciliano. Le indagini si sono concentrate in primo luogo sulla genesi del gruppo, costituito negli anni '80 da un dipendente pubblico, grazie all'investimento di ingenti risorse finanziarie di dubbia provenienza, sviluppatosi grazie alla protezione della mafia e ad appoggi politici - in particolare dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino - arrivando ad ottenere ben 72 concessioni per la metanizzazione di comuni della Sicilia e dell'Abruzzo, i cui lavori di realizzazione sono stati in più occasioni affidati in sub appalto ad imprese direttamente riconducibili a soggetti con precedenti per mafia e comunque vicini alla criminalità organizzata.
L'inchiesta si è avvalsa di numerosi riscontri legati alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, Vincenzo Ferro, Antonino Giuffré; al contenuto di alcuni pizzini sequestrati a boss mafiosi; all'esame di decine di contratti di appalto e sub appalto per l'esecuzione di lavori connessi alle opere di metanizzazione. Gli investigatori hanno ricostruito la storia delle diverse società del gruppo in parallelo a quella della ricchezza accumulata nel tempo dalla famiglia del fondatore, subentrata nelle gestione dopo il suo decesso avvenuto nel 2000. L'indagine si è poi estesa alle operazioni di cessione dell'intero pacchetto azionario e del patrimonio delle società, nel 2004, per un corrispettivo di circa 115 milioni di euro, che avrebbe permesso agli eredi dell'imprenditore di "ripulire" gli ingenti proventi acquisiti grazie all'appoggio di Cosa Nostra nella costituzione di nuove società, nell'avvio di fiorenti attività commerciali e nell'acquisto di beni immobili a Palermo e nella provincia di Sassari, tra appartamenti, ville e case di pregio. Tra i beni sequestrati, in Sicilia e Sardegna, figurano società immobiliari e di produzione di metalli preziosi, imprese agricole, attività commerciali di prodotti petroliferi, oggetti d'arte, appartamenti, uffici, locali affittati ad importanti aziende e catene commerciali - molti dei quali nel centro di Palermo - immobili, locali commerciali, opifici, autorimesse, magazzini e disponibilità bancarie.
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