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giovedì 9 ottobre 2014

STATO-MAFIA, Riina, Bagarella e Mancino non assisteranno alla deposizione di Napolitano

ROMA - La Corte di Assise di Palermo ha rigettato la richiesta degli imputati Totò Riina, Leoluca Bagarella e Nicola Mancino di assistere alla deposizione del Capo dello Stato, nell'ambito del processo sulla trattativa Stato-Mafia, fissata al Quirinale per il 28 ottobre. Per i giudici, al Quirinale la Costituzione riconosce un'immunità che di per sé impedisce la presenza degli imputati all'audizione del presidente della Repubblica. Riina e Bagarella avrebbero assistito alla deposizione, in programma al Quirinale, collegandosi in videoconferenza dai penitenziari di Parma e Nuoro dove sono rispettivamente detenuti. Alla loro richiesta di presenziare aveva dato l'ok la Procura di Palermo.
"L'immunità della sede, ad esempio, esclude l'accesso delle forze dell'ordine con la conseguenza che non sarebbe possibile né ordinare l'accompagnamento con la scorta degli imputati detenuti né, più in generale, assicurare l'ordine dell'udienza come avviene nelle aule di giustizia preposte", spiega la Corte. 
Inoltre, a ulteriore sostegno dell'esclusione della presenza dei boss Riina e Bagarella, i giudici precisano che questi "per legge non potrebbero partecipare neppure a un processo che si svolga in un'aula ordinaria": la legge, infatti, prevede per i capimafia al 41 bis la presenza in videoconferenza. "Previsione - dice la Corte - che rende impossibile la loro presenza al Quirinale". 

"In assenza di norme specifiche non si potrebbe fare inoltre ricorso alla partecipazione a distanza, poiché questa è prevista solo per le attività svolte nelle aule di udienza", concludono.

mercoledì 22 maggio 2013

Le mani della mafia sulla metanizzazione in Sicilia: sequestrati 48 milioni di euro


PALERMO - Le mani dei boss sugli appalti per la metanizzazione in Sicilia. Un ingente patrimonio costituito da società, attività commerciali, immobili di pregio e disponibilità finanziarie, del valore complessivo di circa 48 milioni di euro, è stato sequestrato dalla guardia di finanza di Palermo in esecuzione di un provvedimento emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo su proposta della Procura della Repubblica. Il sequestro è il risultato di un'indagine del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Palermo, coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal sostituto Dario Scaletta, che ha fatto emergere le infiltrazioni di 'Cosa Nostra e dei suoi leader storici - fra cui Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro - negli affari delle societa' appartenenti ad un gruppo imprenditoriale che ha curato, a cavallo fra gli anni '80 e '90, la metanizzazione di diverse aree del territorio siciliano. Le indagini si sono concentrate in primo luogo sulla genesi del gruppo, costituito negli anni '80 da un dipendente pubblico, grazie all'investimento di ingenti risorse finanziarie di dubbia provenienza, sviluppatosi grazie alla protezione della mafia e ad appoggi politici - in particolare dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino - arrivando ad ottenere ben 72 concessioni per la metanizzazione di comuni della Sicilia e dell'Abruzzo, i cui lavori di realizzazione sono stati in più occasioni affidati in sub appalto ad imprese direttamente riconducibili a soggetti con precedenti per mafia e comunque vicini alla criminalità organizzata.
L'inchiesta si è avvalsa di numerosi riscontri legati alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, Vincenzo Ferro, Antonino Giuffré; al contenuto di alcuni pizzini sequestrati a boss mafiosi; all'esame di decine di contratti di appalto e sub appalto per l'esecuzione di lavori connessi alle opere di metanizzazione. Gli investigatori hanno ricostruito la storia delle diverse società del gruppo in parallelo a quella della ricchezza accumulata nel tempo dalla famiglia del fondatore, subentrata nelle gestione dopo il suo decesso avvenuto nel 2000. L'indagine si è poi estesa alle operazioni di cessione dell'intero pacchetto azionario e del patrimonio delle società, nel 2004, per un corrispettivo di circa 115 milioni di euro, che avrebbe permesso agli eredi dell'imprenditore di "ripulire" gli ingenti proventi acquisiti grazie all'appoggio di Cosa Nostra nella costituzione di nuove società, nell'avvio di fiorenti attività commerciali e nell'acquisto di beni immobili a Palermo e nella provincia di Sassari, tra appartamenti, ville e case di pregio. Tra i beni sequestrati, in Sicilia e Sardegna, figurano società immobiliari e di produzione di metalli preziosi, imprese agricole, attività commerciali di prodotti petroliferi, oggetti d'arte, appartamenti, uffici, locali affittati ad importanti aziende e catene commerciali - molti dei quali nel centro di Palermo - immobili, locali commerciali, opifici, autorimesse, magazzini e disponibilità bancarie.

giovedì 10 gennaio 2013

Trattativa stato-mafia, chiesto il rinvio a giudizio per gli 11 imputati (mafiosi , carabinieri e politici)


PALERMO - Concluso l'atto di accusa all'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia con la richiesta di rinvio a giudizio degli 11 imputati. Sotto accusa i boss Luca Bagarella, Totò Riina, Giovanni Brusca e Nino Cinà; gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno; il senatore Marcello Dell'Utri, l'ex ministro Calogero Mannino, Massimo Ciancimino e l'ex ministro Nicola Mancino accusato di falsa testimonianza.
Il pm Nino Di Matteo titolare dell'inchiesta ipotizza il reato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato per i boss Luca Bagarella, Totò Riina, Giovanni Brusca e Nino Cinà, gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell'Utri e l'ex ministro Calogero Mannino. Per Massimo Ciancimino l'accusa è di concorso in associazione mafiosa, mentre per l'ex ministro Nicola Mancino di falsa testimonianza. Calogero Mannino ha chiesto di essere giudicato col rito abbreviato. Nel procedimento era imputato anche il boss Bernardo Provenzano, ma la sua posizione è stata stralciata.