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giovedì 10 gennaio 2013

Trattativa stato-mafia, chiesto il rinvio a giudizio per gli 11 imputati (mafiosi , carabinieri e politici)


PALERMO - Concluso l'atto di accusa all'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia con la richiesta di rinvio a giudizio degli 11 imputati. Sotto accusa i boss Luca Bagarella, Totò Riina, Giovanni Brusca e Nino Cinà; gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno; il senatore Marcello Dell'Utri, l'ex ministro Calogero Mannino, Massimo Ciancimino e l'ex ministro Nicola Mancino accusato di falsa testimonianza.
Il pm Nino Di Matteo titolare dell'inchiesta ipotizza il reato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato per i boss Luca Bagarella, Totò Riina, Giovanni Brusca e Nino Cinà, gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell'Utri e l'ex ministro Calogero Mannino. Per Massimo Ciancimino l'accusa è di concorso in associazione mafiosa, mentre per l'ex ministro Nicola Mancino di falsa testimonianza. Calogero Mannino ha chiesto di essere giudicato col rito abbreviato. Nel procedimento era imputato anche il boss Bernardo Provenzano, ma la sua posizione è stata stralciata.

mercoledì 9 gennaio 2013

Trattativa stato-mafia: forse “un parziale intesa tra parti in conflitto”, dice Pisanu


ROMA - "Sembra logico parlare, più che di una trattativa sul 41 bis, di una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto". Lo dice Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione Antimafia, nelle sue comunicazioni finali sui grandi delitti e le stragi di mafia del '92-'93.
"Noi conosciamo le ragioni e le rivendicazioni che spinsero Cosa nostra a progettare e ad eseguire le stragi, ma e' logico dubitare che agì e pensò da sola" sottolinea Pisanu. "Di certo - rimarca - non prese ordini da nessuno, perché ha sempre badato al primato dei suoi interessi e alla autonomia delle sue decisioni. Tuttavia, quando le èconvenuto, quando vi è stata convergenza di interessi, non ha esitato a collaborare con altre entità criminali, economiche, politiche e sociali".
"I vertici istituzionali e politici del tempo, dal Presidente della Repubblica Scalfaro ai presidenti del Consiglio Amato e Ciampi, hanno sempre affermato in tutte le sedi di non aver mai, in quegli anni, neppure sentito parlare di trattativa. Penso - affErma Pisanu - che non possiamo mettere in dubbio la loro parola e la loro fedeltà alla Costituzione e allo Stato di diritto".
"Tuttavia -spiega Pisanu- rimane il sospetto che dopo l'uccisione dell'onorevole Lima, uomini politici siciliani, minacciati di morte, si siano attivati per indurre Cosa nostra a desistere dai suoi propositi in cambio di concessioni da parte dello Stato. In particolare l'onorevole Mannino, ministro per il Mezzogiorno nella prima fase della trattativa (lascio' l'incarico del giugno del 1992), avrebbe preso contatti a tal fine con il comandante del Ros, generale Subranni. Sull'onorevole Mannino -ricorda Pisanu- pende ora una richiesta di rinvio a giudizio per il reato aggravato di minaccia ad un corpo politico, amministrativo e giudiziario. Analoga richiesta, ma per un periodo diverso, pende sul senatore Marcello Dell'Utri".
"Occorre anche ricordare -prosegue Pisanu nelle sue comunicazioni- che Nicola Mancino, ministro dell'Interno dal giugno 1992 all'aprile 1994 e' stato indicato, per sentito dire, dal pentito Brusca e da Massimo Ciancimino come il terminale politico della trattativa. Il primo lo indica stranamente associandolo al suo predecessore Rognoni che, peraltro, aveva lasciato il ministero dell'Interno del 1983, 9 anni prima dei fatti al nostro esame; il secondo è' un mentitore abituale. Audito dalla nostra commissione -sottolinea Pisanu- Mancino e' apparso a tratti esitante e persino contraddittorio. La Procura di Palermo ne ha proposto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Le posizioni degli ex ministri Mannino e Mancino sono ancora tutte da definire in sede giudiziaria: una semplice richiesta di rinvio a giudizio non può dare corpo alle ombre".
"Formalmente -ricorda Pisanu- la trattativa si concluse nel dicembre 1992 con l'arresto di Vito Ciancimino. Un mese dopo, il 15 gennaio 1993, fu arrestato il capo dei capi Toto' Riina. Se i due arresti fossero riconducibili in qualche modo alla trattativa, quale sarebbe stata la contropartita di Cosa nostra? La mancata perquisizione del covo di Riina -chiede ancora Pisanu- e la garanzia di una tranquilla latitanza di Provenzano che, proprio per questo e per prenderne il posto, avrebbe venduto il suo capo? E alla fin fine, quale sarebbe stato il guadagno dell'astuto mediatore Vito Ciancimino?".
"Allo stato attuale della nostra inchiesta -rimarca il presidente della commissione- non abbiamo elementi per dare risposte plausibili. Quel che possiamo dire e' che i Carabinieri e Vito Ciancimino hanno cercato di imbastire una specie di trattativa. Cosa nostra li ha incoraggiati, ma senza abbandonare la linea stragista; lo Stato in quanto tale, ossia nei suoi organi decisionali, non ha interlocuito e ha risposto energicamente all'offensiva terroristico-criminale".

mercoledì 18 luglio 2012

Trattativa stato-mafia: Dell’Utri indagato a Palermo per estorsione a Berlusconi


Alfano: “Si avvicinano le elezioni e torna il desiderio dei aprire la campagna elettorale per via giudizia. E’ il caso di dire basta”. Dell'Utri: "Magistrati malati e morbosi. Ma mi vedete a ricatare l'amico Silvio?"

PALERMO - Il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri è indagato dalla procura di Palermo per estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi. L'inchiesta fa riferimento alla trattativa Stato-mafia: secondo i pm, Dell'Utri avrebbe ricevuto denaro da Berlusconi, all'epoca dei fatti nel 1994 per la prima volta alla guida del governo, per assicurare protezione contro possibili minacce mafiose.
La procura sta cercando di accertare se Dell'Utri abbia estorto denaro nel corso degli anni a Berlusconi in cambio del suo silenzio su presunti rapporti dell'ex premier con esponenti di Cosa Nostra.

Per Berlusconi, che ha opposto lunedì attraverso il suo legale Nicolò Ghedini impegni istituzionali, è la prima convocazione da parte dei Pm di Palermo che potrebbero, in presenza di reiterate giustificazioni da parte del leader del Pdl, disporne l'accompagnamento coattivo previa autorizzazione del Senato.



"Io non ho ricattato nessuno, soprattutto il mio amico Silvio". Cosi' il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri ha commentato la sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di estorsione ai danni di Berlusconi. "La villa? Io l'avevo messa in vendita due anni fa per 30 milioni e il valore e' questo", ha affermato Dell'Utri parlando nel palazzo di giustizia di Palermo con i cronisti che gli facevano notare la coincidenza temporale tra l'operazione immobiliare e l'udienza della Cassazione per decidere su suo processo per mafia. La vendita e' oggetto del fascicolo aperto dalla Procura a carico di Dell'Utri per l'ipotesi di estorsione nei confronti di Berlusconi. "L'occasione di concretizzzare c'e' stata solo in quel periodo", ha sostenuto Dell'Utri. "Ma io -ha aggiunto- ci ho perso perche' la villa l'ho venduta 20 e vale 30". E a chi ricordava che una perizia del '94 aveva valutato la villa attorno ai 9 milioni di euro, Dell'Utri ha ribattuto: "In quel periodo, 8 anni fa, la casa era ancora in costruzione e quindi il valore era sulla carta. Vale molto di piu', lo ripeto".  "Questo e' un processo politico, non lo avete ancora capito? I magistrati sono malati, morbosi, ma non riesco nemmeno a volergli male" ha aggiunto Dell'Utri, parlando nel palazzo di giustizia dove, mentre si apriva il nuovo processo a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa dopo l'annullamento in Cassazione della condanna a 7 anni.

"Ancora una volta, come troppe altre volte, apprendiamo dell'ennesima replica di uno stanco copione. Si avvicinano le urne e torna il desidero di aprire la campagna elettorale per via giudiziaria. Ora il tema è la solita paccottiglia contro le origini di Forza Italia. E' il caso di dire basta". Lo afferma in una nota, il segretario del Pdl, Angelino Alfano.