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martedì 31 dicembre 2013

Scarcerata per mancanza di indizi la moglie di Vallanzasca

NAPOLI - La moglie di Renato Vallanzasca, Antonella D'Agostino, è stata scarcerata con un provvedimento del Tribunale del Riesame di Napoli, che ha accolto il ricorso della difesa. La donna era stata arrestata con altre persone il 9 dicembre con l'accusa di associazione di stampo mafioso. L'avvocato della donna, Beatrice Saldarini, ha spiegato che il Riesame ha accolto il ricorso con cui era stato chiesto l'annullamento dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere per mancanza di indizi di colpevolezza. Nel ricorso il difensore ha sostenuto che "se è indubbio che l'indagata sia persona conosciuta anche da molti soggetti inseriti in contesti criminosi, tanto che la stessa non ha mai taciuto la sua storia di vita né ha mai nascosto le sue antiche amicizie, anche con personaggi che hanno fatto la storia della criminalità del nostro Paese, tra cui Renato Vallanzasca che è divenuto suo marito dopo un lungo legame affettivo che risale all'infanzia, è pure vero che la donna da anni è impegnata come scrittrice, sceneggiatrice e volontaria nel diffondere la sua esperienza in ottica diversa, tesa a divulgare specie tra i giovani la consapevolezza delle conseguenze devastanti che derivano da scelte dissennate e nel contempo ad offrire un'opportunità di riscatto sociale a chi sta scontando una pena detentiva".
Nell'istanza il legale ha quindi ammesso che "il personaggio Antonella D'Agostino" ha rivendicato "le sue amicizie definite vere e proprie fratellanze: potrà apparire scomodo, antipatico o talvolta sopra le righe, per il modo di porsi o l'ostinazione con persone che hanno un passato tutt'altro che specchiato, ma ciò non può tradirsi in un pregiudizio a suo carico".
Anche la "frequentazione di alcuni coindagati o altri pregiudicati - osserva l'avvocato nell'istanza - è un dato processuale che non è in discussione". Ma, per il legale, dalle intercettazioni agli atti dell'inchiesta della Dda di Napoli "emergono dialoghi che danno conto di rapporti certo amichevoli con alcuni coindagati o altri pregiudicati, che tuttavia non sconfinano nella partecipazione alla commissione di reati specifici né nella disponibilità personale che integra la partecipazione alla associazione di stampo mafioso".

lunedì 9 dicembre 2013

Cassino, arrestata la moglie di Vallanzasca e altri 17: usura, estorsione, mafia

Antonella D'Agostino
CASSINO (Frosinone) - La polizia di Cassino (Frosinone) ha arrestato 18 persone, tra le province di Frosinone e Caserta, nell'ambito di un'articolata indagine coordinata dalla Dda di Napoli. Tra esse un esponente di “eccezione” a ricoprire un ruolo di primaria importanza nell’organizzazione: Antonella D’Agostino, la moglie di Renato Vallanzasca. Avrebbe avuto un ruolo di intermediazione in un'operazione di acquisizione di un hotel a Mondragone e in alcune vicende usuraie. Dalle indagini risulterebbe anche il coinvolgimento di Vallanzasca, che, come fanno sapere gli inquirenti, sebbene detenuto, avrebbe mantenuto rapporti con contesti criminali. Secondo gli inquirenti, Antonella D'Agostino, sarebbe apparsa strettamente legata ai vertici del clan mondragonese, come anche ad alcuni esponenti del clan Esposito.
Le persone sarebbero affiliate al gruppo camorristico “Perfetto”, diretta espressione del clan “La Torre” e ritenute responsabili di associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis CP) nonché di usura ed estorsione, nelle province di Caserta, Latina, Milano, Napoli e Terni. Sequestrate 5 società, bar, ristoranti, beni mobili ed immobili degli indagati per un valore di milioni di euro.

Le indagini sono partite nel 2011 dal Commissariato di Polizia di Cassino, diretto dal vice questore aggiunto, Francesco Putorti', a seguito di episodi di usura ed estorsione a danno di alcuni imprenditori operanti tra Cassino ed il Basso Lazio. Intimiditi dagli atteggiamenti mafiosi dei camorristi, nessun imprenditore ha voluto collaborare con la Polizia, che ha dovuto avviare una riservatissima attività investigativa durata oltre due anni. Il gruppo camorristico approfittava dello stato di bisogno delle vittime concedendo prestiti, per i quali poi pretendeva oltre alla restituzione del capitale ingenti maggiorazioni di interessi usurari, ottenendoli grazie alla forte intimidazione esercitata ricorrendo a concrete minacce che andavano dalla sottrazione dei beni e cessione dell’attività fino ad arrivare a quelle della morte.
Emerge che anche una impiegata dell'Asl del comune di Cellole, in provincia di Caserta, si è rivolta ai componenti del sodalizio criminale per recuperare una somma denaro concessa in prestito. Ben consapevole - sostengono gli investigatori - del loro spessore criminale e dei metodi utilizzati per raggiungere gli obiettivi prefissati.