Visualizzazione post con etichetta ergastoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ergastoli. Mostra tutti i post

giovedì 23 luglio 2015

41 anni dopo, 2 ergastoli PER LA STRAGE di piazza Loggia a Brescia


MILANO, 23 luglio - I giudici della Corte di assise di appello di Milano hanno condannato ieri notte all'ergastolo, accogliendo la richiesta dell'accusa, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Per l'ex ispettore veneto di Ordine Nuovo e l'ex fonte Tritone dei servizi segreti la difesa aveva chiesto invece l'assoluzione per non aver commesso il fatto. Nella strage, 41 anni fa, morirono otto persone.
La sentenza impone una "profondissima riflessione su quegli anni dal '69 al '74", ha detto il presidente dell'Associazione Familiari vittime di piazza della Loggia, Manlio Milani. Carlo Maria Maggi, indicato come il mandante dell'eccidio nel corso di una manifestazione antifascista, il 28 maggio del '74, e Tramonte si erano visti annullare la loro assoluzione dalla Cassazione. Da qui un nuovo processo d'appello a Milano in quanto a Brescia non esiste una seconda Corte d'assise d'appello.

"Premio per l'impegno dei pm" - "L'esito è il premio per un impegno, quello della Procura di Brescia, che non è mai venuto meno in tanti anni. Se la Procura di Milano avesse fatto altrettanto, credo che sarebbe stato possibile andare anche per piazza Fontana al di là di quella responsabilità storica che comunque le sentenze hanno accertato in modo indiscutibile nei confronti delle stesse cellule di Ordine Nuovo al centro del processo per Piazza della Loggia". Lo ha spiegato il giudice di Milano Guido Salvini, autore delle inchieste sulle trame nere.

mercoledì 1 ottobre 2014

La mattanza della famiglia di Urago Mella (Brescia): la Cassazione annulla i due ergastoli

Vito e Salvatore Marino
BRESCIA - La Cassazione ha annullato la condanna all'ergastolo per i cugini trapanesi Vito e Salvatore Marino, accusati e già condannati all'ergastolo in primo grado e in appello per la strage della famiglia Cottarelli, avvenuta a Urago Mella nel Bresciano otto anni fa. Nel massacro furono uccisi Angelo Cottarelli, la compagna Marzenna Topor e il figlio Luca, di soli 17 anni. Il nuovo processo d'appello sarà celebrato a Milano.
Il verdetto arriva a mezzanotte e qualche minuto. E rimette per l’ennesima volta tutto in discussione. Ci sono volute otto ore abbondanti di camera di consiglio. Erano infatti le sedici di ieri quando i giudici si erano ritirato per decidere delle richieste formulate dal sostituto procuratore generale, dai legali di parte civile (gli avvocati Sergio Arcai e Stefano Forzani) e dai difensori (gli avv. Giuseppe Pesce e Filippo Dinacci).
A otto anni dalla mattanza scoperta nella taverna della villetta di via Zuaboni ad Urago Mella la giustizia italiana fa nuovamente un passo indietro: per la morte di Angelo Cottarelli, compagna e  loro unico figlio  non c’è ancora un colpevole certo.
Per la terza volta i giudici di appello dovranno valutare la responsabilità di Vito e Salvatore Marino, i due cugini di Paceco, nel Trapanese, arrestati il 15 settembre del 2006 dalla Squadra Mobile di Brescia, in seguito alle soffiate del sedicente architetto triestino Dino Grusovin.

Secondo l’accusa i due erano arrivati ad Urago Mella, armati di una calibro 22, alla disperata ricerca di denaro, perché sapevano che qui, in casa del faccendiere bresciano, potevano trovarne in abbondante quantità. Una volta in azione però i due si erano fatti prendere la mano. Partito il primo colpo così si erano trovati nella necessità di mettere a tacere i testimoni: oltre a Cottarelli, la sua compagna e loro figlio. Per l’accusa a riprova di questa ipotesi le parole di Grusovin e diversi elementi di prova: dalla testimonianza di alcuni vicini di casa, alla presenza di tracce di particelle di polvere da sparo tanto sulle auto utilizzate per raggiungere Brescia, quanto sul teatro del triplice omicidio.

venerdì 16 maggio 2014

La mafia uccise Mauro Rostagno: due ergastoli a boss trapanesi (25 anni dopo)

Mauro Rostagno
TRAPANI - La Corte d'Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, ha condannato all'ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, accusati dell'omicidio del sociologo Mauro Rostagno, assassinato a Valderice (Tp) il 26 settembre del 1988. La camera di consiglio dei giudici, che è durata due giorni e mezzo, ha accolto quindi le richieste dei pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene.
La mafia, quindi, uccise Mauro Rostagno: il giornalista-sociologo venne eliminato perché aveva alzato il velo sugli interessi di Cosa nostra a Trapani. Virga sarebbe stato il mandante del delitto, Mazzara l'esecutore materiale dell'agguato. La sentenza è stata letta in un clima di grande tensione: in aula pianti e soddisfazione tra gli amici di Rostagno. 

Il collegio ha condannato i due imputati al risarcimento delle parti civili tra le quali l'Ordine dei giornalisti, la comunità Saman, di cui Rostagno era il fondatore, i familiari del sociologo e l'Associazione della stampa. La Corte ha anche disposto la trasmissione in Procura delle deposizioni di una serie di testimoni tra i quali l'ex sottufficiale dei carabinieri Beniamino Cannas e dell'editrice dell'emittente televisiva Rtc, Caterina Ingrasciotta, televisione privata dalla quale Rostagno denunciava cosa nostra e i suoi legami con la massoneria deviata. 

Il verdetto mette un punto fermo su una vicenda riaperta dopo una lunga paralisi investigativa attorno a piste rivelatesi inconsistenti. E' stato Antonio Ingroia, allora pm della Dda di Palermo, a riaprire il caso su input del capo della squadra mobile Giuseppe Linares, ora dirigente della Dia campana. Una nuova impostazione investigativa ha fatto piazza pulita della tesi che aveva escluso la matrice mafiosa del delitto e l'aveva riportata all'interno della comunità Saman per tossicodipendenti. Storie private si sarebbero intrecciate con una confusa gestione della struttura. Niente di più falso: quelli erano, ha detto il pm Gaetano Paci, "pregiudizi di chi indagò sull'assassinio". 

Rostagno invece fu ucciso per il suo "esemplare lavoro giornalistico" che aveva tanto infastidito la mafia. Passato attraverso l'esperienza della contestazione, negli anni Ottanta era approdato a Trapani dove aveva fondato la Saman con il suo amico Francesco Cardella. Ma in Sicilia aveva allargato l'orizzonte del suo impegno diventando una voce scomoda dell'informazione. Al punto che con i suoi interventi dagli schermi di Rtc di Trapani il giornalista-sociologo era diventato una "camurria" (rompiscatole). Così lo aveva apostrofato Francesco Messina Denaro, padre del superlatitante Matteo. 

Rostagno seguiva le tracce dei traffici di droga, dei legami tra mafia e massoneria deviata, del malaffare nella pubblica amministrazione. Con i suoi servizi, ha sottolineato l'altro pm Francesco Del Bene, aveva "svelato il volto nuovo della mafia a Trapani": il passaggio da organizzazione tradizionale a struttura moderna e dinamica, gli intrecci con i poteri occulti, le nuove alleanze, il controllo del grande giro degli appalti. Mafia, dunque, "ma non solo mafia" ha puntualizzato l'accusa che ha puntato il dito, nella requisitoria conclusa con la richiesta di ergastolo per i due imputati, sulle omissioni investigative equiparate a veri e propri depistaggi culminati con l'arresto della compagna di Rostagno, Chicca Roveri.

martedì 25 marzo 2014

Presentato il "conto" a Provenzano: 20 ergastoli

Una recente immagine di Provenzano in carcere
PALERMO, Venti ergastoli, 33 anni e 6 mesi di isolamento diurno, 49 anni e un mese di reclusione e 13mila euro di multa: lo Stato presenta il conto al boss Bernardo Provenzano. La Procura di Palermo ha completato il cosiddetto "cumulo", il calcolo delle pene che il padrino di Corleone deve scontare. A Provenzano che sta male e stenta a capire, i pm hanno proposto di togliere il 41bis.
Stesso computo è stato fatto per un altro boss corleonese, Leoluca Bagarella. Bagarella deve scontare 13 ergastoli, 6 anni di isolamento diurno, oltre un secolo di reclusione e 7mila euro di multa.