ROMA - Da misure per il lavoro alle liberalizzazioni fino alle dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico. Questi alcuni dei temi contenuti nel maxiemendamento al ddl Stabilità cui il governo ha dato ieri sera il via libera per mettere nero su bianco gli impegni presi nella lettera inviata all'Unione europea. Tuttavia, il testo sarebbe ancora in via di definizione. Escluso comunque dal ministro dello Sviluppo Paolo Romani, il prelievo forzoso sui conti correnti così come, riferiscono fonti di governo, anche le norme sui cosiddetti licenziamenti facili.
Secondo quanto si apprende dopo il maxiemendamento al ddl Stabilità, ora all'esame del Senato, l'esecutivo potrebbe varare prima un decreto legge e poi un disegno di legge nei quali inserire progressivamente le altre misure annunciate nella lettera secondo un calendario preciso.
Nel maxiemendamento anche una serie di misure sul lavoro. Saranno facilitati i contratti di apprendistato ed è prevista una serie di incentivi per l'assunzione di giovani disoccupati, per facilitare il lavoro part-time, l'inserimento delle donne e il telelavoro.
E' questo il compromesso di un braccio di ferro che si è protratto per tutta la giornata di ieri e che ha avuto come attori principali il premier, il presidente della Repubblica e il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti.
Lo scontro tra il Cavaliere e il titolare di via XX Settembre è iniziato durante il vertice a palazzo Chigi durato quasi cinque ore, presenti anche i ministri Romani, Sacconi, Matteoli e Calderoli. Berlusconi, viene riferito, insiste perché il governo dia un segnale forte, vuole che si vari un decreto. Tremonti, spiegano fonti di maggioranza, si sarebbe opposto a questa idea. Non solo perché all'interno del provvedimento non sarebbero rientrate soltanto le misure promesse nella lettera all'Europa, ma anche interventi in materia di infrastrutture o banda larga care ai suoi colleghi di esecutivo e inizialmente previste per il famoso e ancora mai varato decreto sviluppo. Il ministro, viene spiegato, avrebbe paventato i rischi di 60 giorni di battaglia parlamentare considerando anche che l'iter del provvedimento sarebbe cominciato alla Camera. Durante il vertice è andato in scena anche uno scontro tra il superministro e Calderoli sui rimborsi alle aziende. Si tenta una mediazione e alla fine si ipotizza di sdoppiare i provvedimenti: da una parte il maxiemendamento da presentare al Senato con le misure europee (eccetto i licenziamenti) e dall'altra un decreto.
Di certo, il premier avrebbe lasciato la riunione non pienamente soddisfatto, sempre più convinto che il titolare di via XX settembre rappresenti un grave ostacolo nella gestione del governo. "Ormai è diventato peggio di Fini" si sarebbe infatti sfogato il premier con alcuni interlocutori. Peraltro i problemi di mezzo governo nei confronti di Tremonti si sono plasticamente mostrati nel corso dell'Ufficio di presidenza del Pdl che a un certo punto si è trasformato in un vero e proprio processo nei suoi confronti.
Ma sulle rampanti intenzioni del presidente del Consiglio si sono abbattuti anche i forti dubbi del Quirinale, che ha fatto sapere che avrebbe esaminato con estrema attenzione le misure contenute in un eventuale decreto per valutare, come gli concede la Costituzione, se sussistessero i criteri di necessità e urgenza oltre che l'omogeneità della materia. Alla fine passa la strada del maxiemendamento, ma Berlusconi chiede che venga scritto a palazzo Chigi. Insomma, senza il ministro dell'Economia che il premier sta provando di fatto a commissariare. Tremonti e Napolitano: sono loro i due ostacoli che il Cavaliere individua al termine dell'Ufficio di presidenza, se è vero che soffermandosi a chiacchierare con alcuni ministri ha osservato sconsolato: "La verità è che Giulio è andato al Quirinale per convincere il capo dello Stato mettermi io bastoni tra le ruote sul decreto".