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sabato 11 gennaio 2014

Genitori denunciano gli Spedali di Brescia per mancata cura col metodo Stamina


BRESCIA - I genitori del piccolo Mattia F., in cura con il "metodo Stamina" agli Spedali di Brescia, denunceranno la struttura per mancata esecuzione della sentenza del Tribunale del lavoro di Napoli e per i danni alla salute provocati dal mancato rispetto dei protocolli previsti dalla cura con cellule staminali adulte. Lo ha reso noto la madre di Mattia, Simona Marrazzo. Allo stesso modo si comporteranno i familiari di altri 34 pazienti, quasi tutti bimbi. "I tempi previsti nei protocolli del 'metodo Stamina' non sono stati rispettati, né per Mattia né per gli altri pazienti", afferma Simona F.
"Per Mattia, che ha ricevuto la prima infusione il 14 agosto e la seconda il 14 novembre, il limite massimo del 31 dicembre è stato superato abbondantemente. Nel frattempo è peggiorato, ma non per l'inefficacia del metodo quanto per la sua mancata applicazione.
Il presidente di Stamina Foundation, Davide Vannoni, aveva dato la propria disponibilità a praticare l'infusione il 13 gennaio, ma da Brescia non gli hanno neanche risposto. Evidentemente ci sono direttive precise per dimostrare che il metodo Stamina è inefficace e presentarlo come un impostore", aggiunge Simona F.
Il metodo Stamina elaborato da Davide Vannoni prevede 5 infusioni di cellule staminali adulte prelevate da un genitore oppure da un parente. Per Mattia le infusioni sono state due. Per altri pazienti in lista agli Spedali di Brescia non è stata praticata neanche la prima.

venerdì 20 settembre 2013

Metodo Stamina: gli Spedali di Brescia ricorrono al giudice, non vogliono più curare Sofia

LIVORNO - Si riaccendono le polemiche intorno al metodo Stamina: gli Spedali di Brescia hanno presentato ricorso contro il provvedimento del giudice di Livorno, che autorizzava a proseguire il trattamento per la piccola Sofia, che poteva così andare oltre le cinque infusioni previste. L'udienza è stata fissata il 12 ottobre, ma il legale della famiglia della piccola ha chiesto un rinvio. "Le infusioni non hanno mai avuto effetti collaterali", assicura la mamma.
"Non capisco questo accanimento nei confronti di una bambina sofferente. Sofia è stata sottoposta al trattamento non con la continuità e la regolarità dovute a causa dei diversi pronunciamenti dei giudici". Lo ha detto Caterina Ceccutti, la mamma di Sofia. "Ora - ha aggiunto la donna - avevamo raggiunto un po' di tranquillità dopo il pronunciamento del giudice Sbrana. Le infusioni non hanno mai provocato effetti collaterali ma, ogni volta, c'è stato qualche piccolo miglioramento. D'altra parte che alternativa ci viene offerta? Nulla". Il reclamo sarà presentato a un collegio di tre giudici che dovranno decidere se confermare o modificare il provvedimento del giudice livornese.
"Gli Spedali Civili di Brescia - spiega la signora Ceccutti a Tgcom24 - potevano rispettare la sentenza del tribunale di Livorno oppure fare reclamo. Hanno scelto la seconda strada usando i soldi pubblici per pagare gli avvocati invece che per curare i malati. La struttura ha scelto la via legale per evitare e che si creassero dei precedenti: la sentenza che permetteva a Sofia di proseguire le cure con il metodo Stamina si riferiva al decreto Balduzzi: il malato che avesse iniziato la terapia di Vannoni su autorizzazione di un tribunale, poteva ricevere tutte le infusioni ritenute necessarie dal medico curante, quindi potenzialmente infinite"

Le richieste dei genitori della piccola Sofia sono le stesse di un anno fa. "Vogliamo continuare una cura che garantisce un minimo miglioramento a un malato terminale che non ha una terapia alternativa - conclude la mamma. Ci sono tantissimi testimoni che hanno visto la bambina ricoverata all'opedale Mayer per un mese. Era in una stanza doppia: non dormiva, piangeva di dolore tutto il giorno, non mangiava. Le quatto famigle che hanno diviso la camera con noi hanno potuto osservare il miglioramento. Dopo le infusioni Sofia ha ripreso a dormire e ha smesso di vomitare, ha aperto gli occhi. Non spero di guarire mia figlia, ma di darle una condizione più dignitosa sì".